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Mozzanica

Calcio femminile, settore giovanile e territorio bergamasco

(4 min di lettura)

Ciclo mestruale e carichi: cosa può fare un allenatore

Da qualche anno il tema è uscito dal silenzio, e questo è un progresso. Il problema è che è uscito in due versioni opposte, entrambe sbagliate: da un lato «il ciclo non c'entra, si allena come sempre», dall'altro programmi che promettono di periodizzare la stagione fase per fase come se la cosa fosse risolta. La letteratura dice un'altra cosa, più scomoda e più utile.

Che cosa dice la ricerca, detto con precisione

Le evidenze che collegano le fasi del ciclo mestruale alla prestazione o al rischio di infortunio restano a oggi non conclusive. Le rassegne sistematiche pubblicate di recente parlano di una qualità delle prove bassa e di risultati che non sostengono in modo uniforme l'idea che le fasi del ciclo alterino la prestazione delle calciatrici; sul calcio in particolare, l'applicazione del monitoraggio è descritta come incoerente e poco studiata.

Il consensus statement UEFA sul monitoraggio del ciclo nel calcio femminile nasce esattamente da questo vuoto: un panel multidisciplinare ha rivisto la letteratura e ha trovato accordo su una serie di affermazioni distribuite su cinque aree — perché monitorare, quali indicatori hanno senso, con quali metodi, come implementarlo e quali cautele servono nella ricerca. È un documento che vale la pena leggere nella sua versione originale, perché separa ciò che è pratica ragionevole da ciò che è ancora domanda aperta.

Il punto in cui le fonti convergono è questo: anche se il legame con la prestazione non è dimostrato, il monitoraggio può essere uno strumento utile per il benessere dell'atleta — aiuta a riconoscere irregolarità mestruali, a gestire i sintomi, e aumenta consapevolezza e autonomia della giocatrice. Cioè: il motivo per farlo è la salute e la comunicazione, non la promessa di un guadagno di prestazione.

Il monitoraggio come lo si può fare in una squadra dilettantistica

Non serve tecnologia. Serve una colonna in più su un foglio che l'atleta tiene per sé, e un accordo chiaro su chi vede che cosa.

  • l'atleta registra, giorno per giorno, l'inizio del ciclo e la presenza di sintomi rilevanti per lei: dolore, stanchezza inusuale, sonno, umore, eventuali disturbi gastrointestinali
  • registra in parallelo come ha percepito la seduta, con una scala semplice da uno a dieci
  • i dati restano dell'atleta: allo staff arriva solo l'informazione che lei decide di passare, e in forma utilizzabile («oggi parto con la scala alta», «questa settimana i primi due giorni sono pesanti»)
  • dopo qualche mese emergono ricorrenze personali: non una regola generale, ma il profilo di quella giocatrice
  • chi usa contraccettivi ormonali ha un quadro diverso, e va considerato a parte

La parte difficile non è il foglio, è la prima conversazione. In molte squadre maschili e miste il tema non è mai stato nominato, e una ragazza di sedici anni non dirà spontaneamente a un allenatore uomo che ha dolori. Due accorgimenti aiutano: che il tema venga introdotto in gruppo, come una normalità organizzativa e non come un'eccezione per chi sta male; e che nello staff ci sia una figura di riferimento con cui sia facile parlare. Dove queste due condizioni ci sono, il monitoraggio funziona anche senza strumenti.

Che cosa si adatta e che cosa non si cambia

Gli aggiustamenti sensati sono piccoli e riguardano la singola seduta, non il piano della stagione.

Nei giorni in cui i sintomi sono pesanti, si conserva la partecipazione e si cambia la parte più costosa: meno volume ad alta intensità, più lavoro tecnico, salti e cambi di direzione ridotti se la giocatrice si sente instabile, e una seduta che finisce prima invece di una seduta saltata. Mandare a casa una ragazza perché ha mal di pancia è, nella maggior parte dei casi, peggio che farle fare quaranta minuti di lavoro leggero con le compagne.

Due cose non si fanno. Non si costruisce il calendario della squadra sulle fasi del ciclo delle giocatrici: la ricerca non lo autorizza, e dal punto di vista pratico è ingestibile in un gruppo. E non si usa il ciclo come spiegazione di una prestazione, né dall'allenatore («ha giocato male perché...») né dall'atleta: è il modo più rapido per trasformare uno strumento di salute in un'etichetta.

Ci sono invece segnali che vanno fuori dall'ambito sportivo e devono arrivare a un medico: un ciclo che scompare per mesi, un dolore che impedisce di allenarsi regolarmente, un flusso che l'atleta descrive come ingestibile. L'assenza di ciclo in una giovane atleta, in particolare, non è un segno di buona forma: è uno dei motivi principali per cui il monitoraggio viene raccomandato, perché senza registrazione nessuno si accorge che sono passati quattro mesi. Chi decide è il medico; il compito della società è accorgersene e dirlo.

Una nota di onestà, per chiudere: tra qualche anno questa pagina andrà riscritta. È un campo in cui la ricerca si muove, e chi oggi vende certezze sta vendendo qualcosa che non ha. Nel frattempo il monitoraggio dei sintomi, una conversazione possibile e qualche aggiustamento per seduta sono già un salto rispetto al silenzio.

Fonti: UEFA, consensus statement sul monitoraggio del ciclo mestruale nel calcio femminile · Rassegne su monitoraggio del ciclo e prestazione (Frontiers in Physiology, 2024)

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